Dropbox ha aperto la strada, con l’idea rivoluzionaria di portare gli hard disk di tutti noi utenti sulla nuvola, alleggerendo le memorie dei nostri laptop e smartphones rendendo accessibili i nostri file da qualsiasi connessione internet.
Negli ultimi anni molte altre multinazionali tecnologiche hanno seguito a ruota il fenomeno, Microsoft con SkyDrive, Amazon con Cloud Drive, Box.net e via dicendo.
Google ovviamente non poteva permettersi di perdere questo treno, puntando un mercato destinato ad espandersi sempre più nei prossimi anni, ha immesso sul mercato il proprio servizio di Cloud Storage: Google Drive.
Il servizio sembra destinato sia all’ambito consumer che al mercato business, Big G offre infatti a tutti gli utenti con un Google Account 5 GB di spazio per archiviare i propri documenti, l’upgrade a 25 GB costa $ 2,49 al mese, 100 GB $ 4,99 e via di scorrendo.
Lo spazio a disposizione a pagamento arriva fino a 16 TB, sufficiente a moltissime piccole-medie imprese per archiviare i propri documenti. continua

Google ha deciso di entrare in competizione anche nel mondo del Cloud Storage, del resto essendo una compagnia di Internet era prevedibile, anzi sorprende che la notizia sia arrivata così tardi. Questa volta la principale rivale è Dropbox, leader nel settore che offre uno storage online gratuito di 2GB a tutti gli utenti iscritti, sviluppando un servizio affidabile e multipiattaforma.
L’idea di Google sembra essere la medesima, anche se non è emerso ancora nulla di ufficiale, il servizio di Big G dovrebbe offrire sostanzialmente le stesse funzionalità, ovvero poter salvare e gestire i propri file su qualsiasi dispositivo connesso ad internet, senza occuparne la memoria fisica.
La differenza allora qual’è? Ci troviamo già molto bene con Dropbox perché cambiare? Per ora l’unica evidente differenza sembra essere la capacità di memoria messa a disposizione gratuitamente a chiunque abbia un Google Account, ovvero 5GB, più del doppio rispetto alla concorrente. Memoria molto probabilmente espandibile a pagamento come avviene in tutti gli altri servizi. continua
Da disoccupata cronica a esperta della disoccupazione; da macchina spara-curricula sull’orlo di una crisi di nervi a scrittrice che tratta il tema del job-hunting per la prestigiosa rivista Forbes. E’ la parabola di Frances Bridges, una ragazza twenty-something di Chicago che da grande voleva fare la giornalista.

Frances Bridges
Oddio “voleva”, forse sarebbe meglio usare il presente: Frances ha 23 anni, si e’ laureata nel 2010 in una delle delle migliori 10 universita’ americane e da allora non ha ancora trovato un lavoro a tempo pieno nell’ambito dell’editoria. Nel frattempo ha sbarcato il lunario facendo i piu’ svariati lavoretti (barista, dog-sitter, hostess, addetta alle vendite) che hanno rubato tempo e risorse dalla sua vera occupazione: cercare lavoro. Nonostante la metodicita’ affinata nell’invio di curricula e lettere di presentazione, le decine di candidature completate hanno portato in dote per molto tempo solo tanta frustrazione.
Ottenere un lavoro e’ un lavoro duro. (..) Ci sono state alcune notti- piu’ di quante voglia ricordarmi- in cui restavo stesa nel letto o seduta sul paviemento del bagno a bere vino o vodka perche’ non riuscivo a dormire: e non riuscivo a dormire perche’ ero troppo ansiosa per non avere un lavoro.
La ricerca del lavoro non e’ solo faticosa e difficile, e’ anche un’attivita’ frustrante e logorante che mina la fiducia in se stessi. Ecco che nella perenne ricerca di consigli Frances scrive a Susannah Breslin, giornalista di Forbes esperta del mondo del lavoro. Le due si incontrano, Frances impressiona per la sua motivazione e si guadagna la possibilita’ di condividere la sua esperienza tramite un articolo che, al momento in cui scriviamo, ha totalizzato piu’ di 9800 visite sul sito della prestigiosa rivista famosa per la annuale classifica degli uomini piu’ ricchi al mondo. continua
Cosa fareste se la Nike vi affidasse la creazione di uno spot pubblicitario dandovi solo come tema questo slogan: “Make it Count“?
Il regista Casey Neistat e l’editore Max Joseph hanno buttato giù qualche idea, creato una storia e pensato a come girare le scene, per poi all’ultimo momento mandare all’aria tutto e spendere il budget che la Nike gli aveva affidato per fare il giro del mondo.
Il regista ha dichiarato alla CNN di aver pensato all’ultimo momento: “If I could do anything in the world and make it count what would I do?” Da qui è partita l’idea un po’ sconsiderata di attraversare l’oceano e fare tappa in più posti possibili finché il budget non fosse esaurito.
3 continenti, 13 paesi, 16 città e oltre 34.000 miglia percorse in 10 giorni documentate dai due colleghi e che hanno contribuito a realizzare uno degli spot pubblicitari più visti del momento, il video infatti ha già totalizzato oltre 1 milione e mezzo di visualizzazioni in soli tre giorni. continua
Sony sta attraversando probabilmente il suo peggior momento finanziario in questi giorni, i risultati fiscali dell’ultimo anno segnalano 5 Miliardi di Euro di perdite, leggendo questa notizia mi sono chiesto come un’azienda innovatrice e che ha contribuito al progresso tecnologico in maniera protagonista negli ultimi 50 anni sia finita in questa situazione.
La risposta non è semplice, ci sono di mezzo sicuramente troppi fattori per emettere una sentenza, sicuramente la crisi finanziaria e le catastrofi naturali che hanno colpito tutto il pianeta negli ultimi 10 anni hanno contribuito parecchio, ma non può essere questo l’unico motivo.
Sony ci ha cambiato la vita con diversi prodotti, il walkmen che adottava i primi auricolari comodi e poco ingombranti, la playstation che non ha bisogno di descrizioni, la prima videocassetta e così via, potremmo stare qui per ore. Per non parlare di tutti i formati digitali brevettati o che in qualche modo ha contribuito a creare, il BluRay, HDMI, ATRAC, Minidisc e chi più ne ha più ne metta.
Sony è sempre stata, come Apple, un’azienda di grande innovazione e con una grande filosofia, nei suo prodotti c’è sempre stato qualcosa di diverso da quello dei concorrenti eppure in tanti settori non è riuscita ad imporsi, nonostante la qualità degli apparecchi della casa giapponese sia storicamente eccezionale. continua